Di Mario Ricca
In Italia lo Stato continua a mostrare una preoccupante riluttanza nel contrastare in modo deciso le frange violente e organizzate che periodicamente devastano le città, come visto nelle recenti guerriglie a Torino, dove manifestanti equipaggiati con tattiche quasi militari hanno attaccate le forze dell’ordine senza che vi fosse una risposta proporzionata e immediata. Nonostante le denunce di sindacalisti come Andrea Cecchini che etichettano tali atti come terrorismo e lamentano l’abbandono da parte delle istituzioni, la realtà è che la polizia opera con mani legate da normative eccessivamente caute, preferendo gas lacrimogeni e idranti a interventi risolutivi, permettendo così ai violenti di disperdersi senza conseguenze significative. Questa prudenza strutturale, ereditata da eventi passati come ‘Genova 2001’, contrasta nettamente con approcci esteri più assertivi, ma in patria sembra favorire proprio quei gruppi che operano con impunità, spesso spalleggiati da ambienti politici tolleranti.
Tuttavia, lo stesso Stato non ha esitato a reprimere con durezza le proteste pacifiche durante la pandemia di Covid, trattando come criminali coloro che si opponevano agli obblighi vaccinali e al green pass. In quel periodo, le manifestazioni vedevano scendere in piazza migliaia di cittadini comuni, tra cui imprenditori colpiti dalle restrizioni economiche, (come ristoratori e commercianti riuniti in movimenti spontanei), famiglie preoccupate per la salute dei bambini, lavoratori precari e persone scettiche verso le imposizioni sanitarie, che marciavano senza armi o organizzazione militare, scandendo slogan per la libertà personale e contro quella che percepivano come una dittatura sanitaria.
Queste proteste, nate da canali social e passaparola, includevano a volte elementi marginali come militanti di estrema destra o ultras, ma erano prevalentemente composte da individui ordinari, assembrati senza mascherine in piazze come Roma o Milano, persone che invocavano diritti fondamentali senza ricorrere a violenze sistematiche. Eppure le forze dell’ordine intervenivano con idranti, cariche e arresti, blindando centri urbani e disperdendo cortei con una fermezza che oggi manca di fronte a devastatori organizzati, coccolati moralmente da fazioni politiche che all’epoca erano al potere, ma che ora sembrano indulgenti.
Tal disparità rivela un’ipocrisia profonda: lo Stato è inflessibile con i deboli, come i manifestanti no-vax che protestavano per scelte personali senza devastare città, ma esitante con i forti, ovvero le milizie urbane che usano molotov e bombe carta sotto una presunta regia. Cecchini e altri invocano vicinanza istituzionale per gli agenti feriti, dipingendoli come vittime di un sistema che li espone al terrorismo, ma tale vittimismo ignora come la polizia sia stata strumento di repressione selettiva, forte contro chi non rappresentava una minaccia armata e debole contro chi la rappresenta davvero.
Sottolineando che parlo a titolo personale, in virtù di quanto sopra esposto e considerando che i poliziotti sono lo Stato, personalmente faccio troppa fatica a solidarizzare con gli agenti che rimangono feriti perché loro altro non sono che sgherri, braccio armato del leviatano, fedeli come i cani e obbedienti come le pecore.