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Profitto: Colpa Da Espiare Finanziando L’Approfitto?

Di Mario Ricca

Esiste una narrazione sempre più ossessiva, quasi patologica, secondo cui guadagnare troppo non sarebbe il risultato di capacità, rischio e tempismo, ma deviazione morale da correggere: non merito da riconoscere, ma colpa da tassare; non segnale d’efficienza, ma anomalia da normalizzare ed è qui che il teatro si fa interessante perché dietro la facciata etica s’intravede un meccanismo molto meno nobile, molto più elementare, molto più vorace.

Chi investe capitale proprio esponendo se stesso al rischio ed accettando la possibilità concreta di perdere, lo fa per un unico motivo: ottenere profitto, non per partecipare a un esperimento sociale, non per sostenere un ideale redistributivo, ne per finanziare l’apparato burocratico che osserva dall’alto senza mai sporcarsi le mani. Profitto. Una parola che nel lessico di certa ideologia viene trattata come una confessione di colpa.

Consiglio Dei Ministri Della Repubblica Italiana

La nuova crociata contro i cosiddetti extra-profitti non è altro che un raffinato esercizio di retorica fiscale. Si prende un concetto elastico, lo si svuota di definizione oggettiva, lo si riempie d’indignazione selettiva e lo si trasforma in uno strumento di prelievo. A quel punto il gioco è fatto. Non serve più dimostrare nulla. Basta dichiarare che qualcuno ha guadagnato troppo e il prelievo assume una patina di giustizia.

Curioso come il rischio non venga mai redistribuito. Le perdite restano private, i guadagni diventano improvvisamente materia pubblica. Un sistema che privatizza il fallimento e socializza il successo avrebbe almeno il pregio della coerenza. Qui invece si pretende di partecipare solo quando il risultato è positivo, senza aver mai condivisa l’esposizione iniziale. Una forma d’azionariato senza capitale, senza responsabilità e soprattutto senza vergogna. Il Leviatano moderno non si limita più a tassare. Ambisce a definire cosa sia accettabile guadagnare. Stabilisce una soglia invisibile oltre la quale il profitto smette d’essere legittimo e diventa preda. Non esiste una formula ne un criterio stabile, ma una necessità di cassa travestita da principio etico e ogni volta che quella necessità si presenta, il confine si sposta.

Nel frattempo, l’Europa osserva se stessa con un’autorevolezza che esiste solo nei comunicati ufficiali. Incapace d’incidere nei confronti di chi detiene realmente il potere economico globale, evita accuratamente il confronto con chi potrebbe rispondere. Meglio rivolgersi a chi non può sottrarsi. Imprese radicate, contribuenti identificabili, consumatori inevitabili. Il bersaglio perfetto. Non per forza, ma per convenienza. Il risultato è una macchina regolatoria che produce norme come una catena di montaggio fa ad esempio con i bulloni. Ogni nuova regola nasce con la promessa di correggere un’ingiustizia finendo per creare un’inefficienza non per errore, ma per struttura. Un sistema che s’alimenta di controllo non può tollerare la fluidità del mercato. Deve irrigidirla, rallentarla, incanalarla. Poi, quando il sistema s’inceppa, la colpa diventa del mercato stesso.

Eppure, nonostante quest’accanimento, esiste una variabile che sfugge al controllo normativo. Il mercato non chiede permesso. S’adatta, si sposta, si riorganizza. Le aziende non restano immobili ad attendere il prossimo prelievo creativo. Riorganizzazione societaria in giurisdizioni più favorevoli, ottimizzazione fiscale attraverso strutture internazionali perfettamente legali, traslazione dei costi sul consumatore finale perché alla fine qualcuno deve pagare e quel qualcuno raramente è chi firma le norme. Riduzione degli investimenti in contesti ostili e riallocazione del capitale dove il rendimento non viene trattato come un’anomalia da punire, internalizzazione delle attività per limitare l’esposizione regolatoria, innovazione nei modelli di business per rendere obsoleti i meccanismi di prelievo. Non si tratta di ribellione, ma di semplice adattamento. Il capitale non ha morale, ha direzione e tende a fluire dove viene trattato meglio. Ogni tentativo d’incatenarlo produce un unico effetto prevedibile: lo spostamento altrove.

Resta poi il dettaglio più interessante, quello che raramente viene esplicitato. Ogni tassa sugli extra-profitti, ogni intervento correttivo, ogni misura punitiva, alla fine trova sempre la stessa destinazione finale. Il consumatore. Colui che nella narrazione ufficiale dovrebbe essere protetto. Il cerchio si chiude con una precisione quasi elegante. A quel punto la domanda non è più se il profitto sia giusto o sbagliato, ma diventa un’altra: chi decide quanto sia troppo e soprattutto con quale diritto qualcuno che non ha rischiato nulla pretende di stabilire quanto sarebbe stato giusto guadagnare.

Il socialismo moderno non ha bisogno di dichiararsi tale, si riconosce da questo riflesso condizionato: trasformare il successo in sospetto, il profitto in colpa, la capacità in qualcosa da ridimensionare per poi presentare il conto con la serenità di chi si sente dalla parte giusta.

Il mercato con la sua indifferenza quasi offensiva continuerà a fare ciò che ha sempre fatto:
Ignorare le intenzioni e premiare i risultati.

Tutto Il Resto E’ Scenografia.