Di Mario Ricca
La recensione online è la perfetta sintesi tra bug di sistema e metastasi sociale: un codice corrotto che si replica come un tumore. Non nasce dall’utilità, ma dall’infezione del rancore e dal virus della vanità. Ogni recensione negativa è un malware rancoroso che mira a sabotare un esercente come fosse un attacco hacker contro chi non ha esauditi i capricci del recensore. Ogni recensione positiva è un file corrotto che cerca di installarsi nel sistema con l’adulazione servile, sperando in una ricompensa: uno sconto, un ringraziamento, un briciolo di visibilità.
Il recensore si crede programmatore o chirurgo, convinto di incidere a beneficio degli altri. In realtà è un untore digitale che diffonde pus travestito da altruismo, uno spammer biologico che intasa la rete con la diarrea delle proprie frustrazioni. Non c’è altruismo: c’è il rancore tossico che genera necrosi, c’è l’accattonaggio emotivo che moltiplica cellule servili. È la sala d’attesa di un pronto soccorso infestato da ipocondriaci che confondono il contagio con la cura.
Il dettaglio più rivelatore è questo: non basta non tornare in un posto dove si è rimasti delusi o tornarci dove ci si è trovati bene. Sarebbe già un atto logico, adulto, sufficiente. No, bisogna farlo sapere al mondo intero. Bisogna urlarlo come se la propria esperienza individuale fosse una verità universale scolpita nei registri digitali. Il recensore non si limita a scegliere con discrezione: pretende di lasciare cicatrici pubbliche, di incidere righe di codice spazzatura in una memoria comune che nessuno ha mai chiesto. È la compulsione dell’esibizionista rancoroso che confonde il proprio ego con un manuale di istruzioni per l’umanità.
Poi esiste un altro fenomeno, ancora più rivelatore: la trasformazione delle recensioni nel vangelo dei consumatori. Qualunque cosa si debba fare, prenotare un ristorante, scegliere un albergo, acquistare un elettrodomestico, affidarsi a un medico, comprare un prodotto tecnologico, il rito è sempre lo stesso. Prima non si decide: si consulta. S’apre la liturgia delle stelline, si scorre il rosario delle opinioni anonime e si cerca una rivelazione numerica. Non si chiede più a un parente, non s’ascolta un amico, non si confronta l’esperienza diretta di qualcuno che conosciamo. Si interroga la folla digitale, come se l’anonimato moltiplicato per mille generasse improvvisamente saggezza.
È la teologia della media aritmetica: la convinzione che sommando abbastanza pareri sconosciuti emerga una verità affidabile. Un atto di fede statistica in cui lo sprovveduto si inginocchia davanti alla legge dei grandi numeri senza sospettare che l’altare è truccato perché dietro molte di quelle opinioni non ci sono esperienze sincere, ma bot, agenzie, pacchetti di recensioni comprate a peso, piccoli laboratori di ingegneria della reputazione costruiti apposta per manipolare il gregge. Il devoto delle recensioni crede di consultare la saggezza collettiva; in realtà sta leggendo il bugiardino di un farmaco contraffatto scritto da chi vende la malattia.
Ma se i recensori sono patetici, i peggiori in assoluto restano quelli che consultano le recensioni prima di decidere se acquistare, prenotare o semplicemente mangiare. Questi non solo delegano il proprio giudizio a una folla di rancorosi e accattoni digitali, ma ne diventano complici. Sono i consumatori acefali che rinunciano alla propria esperienza diretta per vivere di riflesso in quella altrui, come se il gusto di un piatto o la qualità di un albergo fossero valori assoluti e non percezioni soggettive. Non scelgono: obbediscono. Non sperimentano: si lasciano guidare da un gregge di delusi vendicativi e zerbini speranzosi. Sono i parassiti dei parassiti, gli incapaci che hanno bisogno di un voto numerico per sapere se hanno diritto a godere di qualcosa. Loro non sono infetti: sono già necrosi, materia morta che s’affida ai batteri per orientarsi.
Raccontare un’esperienza a un conoscente può avere un senso fisiologico, diffonderla in rete è patologico. Consultarla è peggio: è rinunciare alla propria autonomia, sostituire il cervello con un algoritmo alimentato da bile e piaggeria. È il bug che manda in crash il sistema sociale, l’esibizionismo rancoroso che diventa vangelo per i deboli di giudizio.
Eppure, in questo scenario di corruzione digitale e biologica, una categoria merita rispetto: chi ha capito che la stupidità è un asset e l’ha trasformata in mercato. Il business delle recensioni false è il vero antivirus che non elimina il virus, ma lo monetizza. Questi ingegneri del marciume hanno reso il contagio redditizio, trasformando il pus in fatturato, l’errore di sistema in profitto. A loro va un applauso: hanno compreso che l’imbecillità è una risorsa rinnovabile.
Il resto è solo rumore di fondo, spam esistenziale, metastasi emotiva che intasa lo spazio e reclama ascolto. Per chi ama il silenzio e la solitudine come unico tessuto sano, tutto questo resta soltanto rumore organico da isolare, codice corrotto da ignorare, pus verbale da lasciar marcire fuori dal proprio sistema operativo.
I consultatori compulsivi di recensioni? Loro non sono nemmeno malati: sono già cadaveri. Camminano, comprano, viaggiano, ma il loro cervello è stato sepolto sotto una lapide di stelline. Non hanno più un gusto, non hanno più un giudizio: hanno solo un punteggio da inseguire. Non vivono esperienze, consumano numeri.
Sono lo stadio terminale della patologia.