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Manuale Europeo Fabbrica Corruzione: Più Leggi, Più Favori E Tutti Felici Di Chiamarla Legalità

Di Mario Ricca

La Legge E’ Uguale Per Tutti, (Sarà Pure Una Vecchia Battuta, Ma A Me Fa Sempre Ridere)

Esiste una superstizione moderna, elegante nella forma e miserabile nella sostanza: l’idea che basti scrivere più regole per ottenere meno disordine. Una favola per adulti alfabetizzati, raccontata con tono serio da chi ha trasformata la burocrazia in una religione e il controllo in una forma di igiene morale.

L’ultima liturgia arriva dall’Unione Europea che ha approvata una direttiva anticorruzione con numeri da standing ovation parlamentare, 581 favorevoli, una coreografia quasi sovietica nella sua armonia. Più reati, più controlli, più autorità, più strategie nazionali, più tutto. Una colata normativa così abbondante da far sembrare il problema già risolto per saturazione.

Peccato che funzioni esattamente al contrario.

Il punto, quello che si finge di non vedere, è brutale nella sua semplicità: la corruzione non nasce dove mancano le regole, ma dove esiste qualcuno che può decidere. Soprattutto dove può decidere caso per caso.

Quando ogni cosa richiede autorizzazioni, concessioni, pareri, interpretazioni, valutazioni, eccezioni e contro-eccezioni, non si crea ordine, ma mercato. Non quello che piace a noi liberisti veri, ma quello sporco, viscoso, fatto di favori, relazioni e scambi impliciti. Un mercato in cui la regola è solo il prezzo d’ingresso e il risultato dipende da chi conosci.

Qui arriva il capolavoro: invece di ridurre questo spazio, lo si allarga. Invece di togliere discrezionalità, la si moltiplica. La direttiva europea non elimina il problema, lo nutre con zelo amministrativo. Amplia i reati, ma lascia intatto il terreno fertile che li genera. Un giardiniere che annaffia le erbacce e poi si stupisce se crescono.

Nel frattempo, sul piano pratico accade ciò che capita sempre quando s’eccede con la norma: la legalità diventa impraticabile. Non perché sia difficile, ma perché è troppo complessa. Così abbondante da diventare opzionale.

Allora succede una cosa meravigliosamente prevedibile: chi deve decidere smette di decidere. Il famoso “timore della firma”, quella paralisi codificata che trasforma funzionari pubblici in statue previdenti. Non si sbaglia mai se non si fa nulla. Non si rischia mai se si lascia tutto sospeso.

Il risultato è una pubblica amministrazione che non funziona, ma è impeccabilmente cauta. Una macchina che non si muove, ma lo fa rispettando ogni procedura.

Qui entra il punto che disturba davvero, quello che molti fingono di non capire per comodità o per convenienza.

Questa non è incompetenza. Non è un errore. Non è una deviazione.
È il progetto.

Complicare, stratificare, rendere ogni passaggio farraginoso non serve a evitare il malaffare. Serve a renderlo necessario, a creare dipendenza, a trasformare ogni cittadino in un supplicante e ogni funzionario in un potenziale arbitro del destino altrui.

Più è difficile orientarsi, più diventa prezioso chi “sa come fare”.
Non è anticorruzione. È ingegneria del controllo.

La logica è identica a quella dei forestali che incendiano per poi spegnere, assicurandosi il rinnovo del contratto. Il problema non è un incidente da risolvere, è una risorsa da gestire. Senza incendio, niente intervento. Senza caos, niente potere. Senza burocrazia ingestibile, niente bisogno di intermediazione.

Così si costruisce un sistema perfetto: si produce complessità per vendere semplificazione. Si genera incertezza per distribuire protezione. Si crea il problema per legittimare la soluzione.

Nel frattempo, si continua a raccontare la favola rassicurante: più norme uguale più legalità. Una formula elegante, quasi matematica. Peccato che nella realtà funzioni come una moltiplicazione al contrario: più regole, più eccezioni. Più eccezioni, più discrezionalità. Più discrezionalità, più corruzione.

A quel punto il cerchio si chiude con una coerenza quasi artistica: altra corruzione, altre norme.
Un sistema che si auto-alimenta, si auto-assolve e si auto-celebra.

La parte più raffinata dello spettacolo è che riesce persino a convincere chi lo subisce, di essere protetto.