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Il Solo Modo Per Far Vincere La Legalità E’ Abolirla

Di Mario Ricca

La Legge E’ Uguale Per Tutti, (Sarà Pure Una Vecchia Battuta, Ma A Me Fa Sempre Ridere)

Esiste una fede incrollabile, quasi religiosa, nella legalità. Non quella reale, operativa, chirurgica, ma quella estetica, ornamentale, da salotto buono e dichiarazione d’intenti. La legalità come parola da pronunciare con tono grave, come si fa con le cose che non si capiscono, ma che fanno sentire migliori. Un feticcio lessicale buono per ogni stagione, soprattutto quando serve a coprire l’odore acre di un sistema che funziona esattamente al contrario perché il punto non è se le leggi esistano, ma che esistono ovunque in quantità industriale, stratificate come sedimenti geologici lasciati da generazioni di coscienze pulite e mani sporche. Il risultato non è ordine, ma un labirinto normativo in cui l’unico vero talento premiato è la capacità d’aggirare, interpretare, piegare, ritardare, sospendere, rinviare. Non vince chi rispetta la legge, ma chi la capisce abbastanza da non subirla.

Ecco dunque il paradosso che scandalizza i devoti, ma eccita chi osserva senza bisogno d’auto-assolversi. Più s’invoca la legalità, meno la si pratica. Più si produce norma, meno si ottiene rispetto. Più s’alza il tono morale, più s’abbassa il livello operativo. È una relazione inversa, brutale nella sua semplicità, eppure invisibile a chi ha bisogno di credere che basti dire ‘legalità’ per ottenerla.

A questo punto la soluzione diventa oscena, quindi perfettamente coerente. Abolire la legalità. Non nel senso puerile e folkloristico del caos, ma in quello chirurgico d’eliminare l’illusione che la legge sia un valore in sé. Smettere di considerarla un totem e iniziare a trattarla per quello che è: uno strumento freddo, selettivo, funzionale perché una legge che non può essere applicata è già abolita; una legge che tutti aggirano è già morta; una legge che richiede eccezioni, interpretazioni creative, scorciatoie tacite, è solo una scenografia per mantenere in piedi la rappresentazione. Allora tanto vale avere il coraggio di fare un passo in più, togliere il sipario e ammettere che la legalità non è un valore morale, ma un meccanismo di selezione. Abolire la legalità significa eliminare la retorica che la circonda; togliere l’alibi a chi la usa come copertura e restituire centralità al risultato. Funziona o non funziona, produce ordine o opportunità per chi sa muoversi tra le crepe, tutto il resto è letteratura edificante per coscienze fragili.

Il punto che irrita e genera indignazione vera, è che senza la mitologia della legalità emergerebbe una verità scomoda. Non tutti vogliono regole chiare e applicabili. Molti preferiscono norme complesse e negoziabili perché è lì che si crea il vantaggio competitivo. Nel margine, nell’ambiguità, nella possibilità di dire una cosa e farne un’altra senza pagarne il prezzo.

La legalità come ideale è democratica, la sua applicazione reale è aristocratica non per merito, ma per competenza nel muoversi dentro il sistema. Ecco perché abolirla come mito la renderebbe finalmente efficace in quanto strumento. Meno norme, più applicazione. Meno parole, più conseguenze. Meno morale, più calcolo.

Naturalmente questo discorso viene percepito come provocazione, quasi blasfemia civile perché smonta il conforto collettivo. Costringe a riconoscere che il problema non è la mancanza di legalità, ma l’eccesso di finzione attorno ad essa. Soprattutto elimina la possibilità più amata, quella d’indignarsi senza cambiare nulla.

Alla fine resta una domanda, semplice e spietata. Si vuole davvero la legalità oppure si preferisce continuare a parlarne?

Perché Le Due Cose Nel Mondo Reale Raramente Coincidono.