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Oggi Compie 80 Anni: La Repubblica Dovrebbe Essere In Pensione, Invece Continua A Rifarsi Il Lifting

Di Mario Ricca

Bandiera D’Italia

Oggi, 2 giugno, la vecchia carampana celebra gli ottant’anni. Ottanta primavere di chiacchiere, parate e retorica. A quell’età un cittadino normale raccoglie la pensione e sparisce dignitosamente, lei invece no. Tra ritocchi di botox costituzionale e restauri di facciata, eccola qui: ancora in pista a pretendere applausi dal popolo bue che le ha dato il consenso e continua a fornirglielo, anno dopo anno, con la stolida fedeltà di chi vota il proprio carnefice.

Braccia sottratte all’agricoltura sfilano impettite ai Fori Imperiali, armi custodite nel fodero della viltà dormono tranquille, lucidate per l’occasione. Che spettacolo edificante: giovani in uniforme che marciano per ricordare a tutti quanto lo Stato ami la propria forza coercitiva, purché ben inquadrata e innocua verso chi comanda davvero. Il contribuente paga, ovvio paga sempre.

La più bella Costituzione del mondo? Per favore. I padrini costituenti – quel consesso di socialisti, comunisti e cattolici dal cuore tenero – partorirono il capolavoro. La chiamano ‘la più bella del mondo’. Bella come può esserlo un abito su misura per l’interventismo statale, per il welfare senza fine, per l’uguaglianza imposta a colpi di articoli. Una Costituzione che sacralizza il lavoro (ma non la proprietà) che invoca la solidarietà (ma soprattutto quella obbligatoria) che partorisce diritti sociali senza mai spiegare chi li pagherà. Socialismo light, condito di buonismo democristiano, una macchina perfetta per trasformare l’individuo in suddito assistito.

Ogni ricorrenza è un rito pagano; bandiere, inni, discorsi. Le celebrazioni servono a questo: anestetizzare il cervello collettivo, far credere che lo Stato sia una divinità benevola invece del parassita cronico che è. Tradizioni? Roba da conservatori sentimentali. Qui si celebra la nascita di un Leviatano che non ha mai smesso di crescere, di tassare, di regolare, di promettere paradisi in terra pagati con i soldi degli altri.

Il popolo? Quello sì, merita un capitolo a parte. Il popolo bue, il sovrano sovrano per finta, quello che nel 1946 scelse la Repubblica con il 54% scarso e da allora ha legittimata con il voto ogni deriva assistenzialista, ogni elefantiasi burocratica, ogni promessa di «diritti» che si trasformano in catene. Ignaro, o peggio, complice. Applaude la parata, sventola il tricolera, si commuove per l’inno. Domani tornerà a lamentarsi delle tasse, senza capire che è proprio questa Repubblica – la sua creatura – ad averle rese inevitabili.

Ottant’anni, la carta d’identità non mente, per quanto si facciano i ritocchini. Le rughe sono lì: debito pubblico mostruoso, crescita anemica, burocrazia asfissiante, una classe politica che sembra uscita dagli stessi salotti del ’46. Ma s’insiste: «Viva la Repubblica!».

Io dico: che crepi o almeno vada in pensione, come farebbe qualsiasi ottuagenaria che si rispetti. Lasci spazio a qualcosa di meno ingombrante, meno vorace, meno incline a trattare il cittadino come una mucca da mungere in nome del «bene comune».

Fino ad allora, buon compleanno, cara. Che il prossimo giro di lifting ti riesca male.
Il contribuente ringrazia già per l’ennesimo spettacolo inutile.
Il popolo bue invece batterà le mani, come sempre.