Di Mario Ricca
La storia della tecnologia è una galleria di moralismi a orologeria. Ogni innovazione prima viene processata come colpa, poi adottata come dipendenza. La stampa di Gutenberg fu accusata di aprire la porta al disordine: troppi libri, troppe idee, troppo poco controllo. Non a caso le istituzioni religiose e politiche dell’epoca capirono subito il punto: non era la verità a spaventare, ma la perdita del monopolio sulla verità. Le ferrovie nell’Ottocento vennero guardate come una violenza sul corpo umano. Medici britannici ipotizzavano danni neurologici a velocità “estreme” (50 km/h). Il sotto-testo era più semplice: chi controllava il tempo e lo spazio perdeva potere su chi si muoveva troppo velocemente. L’elettricità fu trattata come forza quasi innaturale, invisibile e quindi sospetta. L’automobile come minaccia sociale prima ancora che tecnica: troppa libertà individuale su ruote, troppa autonomia rispetto ai vecchi centri di controllo urbano. Ogni volta lo schema è identico: la perplessità si traveste da etica, ma è gestione del potere in perdita.
Oggi l’intelligenza artificiale entra nello stesso teatro. Le recenti prese di posizione del mondo ecclesiastico insistono su “limiti”, “dignità”, “rischi antropologici”. Linguaggio alto per un riflesso antico: mantenere l’umano come misura morale del mondo proprio mentre il mondo smette di averne bisogno. Carlo Alberto Carnevale Maffè la riduce a ciò che è: matematica applicata alla produttività. Non coscienza, non volontà, ma accelerazione del possibile. Il resto è delegato all’uomo che la usa o la spreca.
Il punto rimosso è sempre lo stesso: il progresso non chiede permesso perché risponde a un’unica grammatica stabile, la convenienza. Non l’ideale, non la purezza, non la nostalgia dell’umano sacro, ma l’efficienza. Infatti lo schema finale è immutabile: chi predica cautela usa l’oggetto della cautela. La stampa è diventata informazione, poi propaganda, poi industria. Le ferrovie logistica. L’elettricità infrastruttura totale. L’automobile libertà di massa. Non perché “l’uomo ha vinto”, ma perché alcuni hanno capito prima degli altri dove stava il vantaggio.
Il resto è sempre la stessa scena: il progresso come colpa detta da chi non vuole perdere centralità, mentre già lo sta usando da una tastiera, dentro lo stesso sistema che finge di criticare.