Di Marco Monetini – satirico d’assalto (ma con la lingua fuori)
TUTTO È STATO FATTO PER RIDARE IL PASSAPORTO ALLA MINETTI
IL BIMBO? BOH, LO SA LA TATA
Attenti perché qui la follia supera la satira e lo fa con una certa eleganza. Tutto quello che avete visto in televisione, letto sui giornali, seguito nei talk show del pomeriggio è stato costruito per un unico, solenne, vagamente surreale obiettivo: ridare il passaporto alla Minetti. Non toglierlo. Ridarlo. Sì perché il passaporto glielo avevano già ritirato — giustamente (tra l’altro) e da quel momento s’è messa in moto una macchina mediatica-giudiziaria-politica che farebbe impallidire operazioni di ben più nobile memoria. Avvocati, sottosegretari, opinionisti in servizio permanente effettivo, lacrime in prima serata, comunicati stampa redatti con la solennità di trattati internazionali. Tutto per un libretto di viaggio.
Questa non è giustizia, è un’operazione di salvataggio documenti. – La strategia è abbastanza lineare: ogni ricorso, ogni appello, ogni dichiarazione del tipo “il mio assistito è profondamente turbato, ma anche molto fotogenico’ serve a un solo scopo pratico: riavere quel documento perché con il passaporto in mano si può andare dove si vuole e quando si può andare dove si vuole, giudici, pm e giornalisti rompiscatole diventano un problema di prospettiva geografica.
Il padre del bambino, supponiamo, ha le sue opinioni in merito. – Ah, il bambino. Giusto, il bambino. Esiste. È vivo. Sta bene, si spera. Vive con la tata — dettaglio che nei comunicati stampa compare raramente, ma che nella vita quotidiana del bambino è probabilmente l’informazione principale. La madre è impegnata a curarsi e a difendere la propria dignità, il che è comprensibile. Meno lo è che la dignità, in questo caso specifico, sembri richiedere un documento valido per l’espatrio. ‘Ma deve curarsi’ — sì, ma con il passaporto? Le cure si fanno con i medici. Il passaporto serve per spostarsi. A meno che la terapia non preveda una componente logistica che il sistema sanitario nazionale fatica ancora a garantire.
La lettura alternativa — più prosaica, forse meno edificante — è che il passaporto serva semplicemente per essere altrove quando qualcuno fa domande scomode. È una strategia antica. Non originalissima, ma collaudata.
Il sistema che protegge il sistema. – Capisco i soldi; Capisco che quando hai abbastanza zeri sul conto, inizi a percepire le leggi come indicazioni di massima piuttosto che obblighi vincolanti; è un fenomeno documentato, trasversale e sostanzialmente bipartisan. Quello che stupisce, semmai, è la scala dell’operazione. Ministri interpellati, mezzi d’informazione orientati, carte bollate prodotte in quantità industriale per ridare un passaporto a qualcuno che con ogni probabilità ha già tre indirizzi alternativi e un conto in un paese con discreta riservatezza bancaria. Il bambino, nel frattempo, impara nuove parole. Speriamo che “tata” non sia la prima.
Conclusione (con il punto fermo che la situazione merita). – Il caso Minetti-Cipriani non è giudiziario nel senso tradizionale del termine, è una dimostrazione abbastanza nitida di come funziona la tutela del privilegio quando il privilegio è abbastanza grande da permettersi di tutelare se stesso. Noi nel frattempo restiamo qui — bollette, figli, scadenze fiscali — a guardare questa vicenda con la curiosità distaccata di chi osserva qualcosa di lontano, ma istruttivo.
Il mio passaporto, a proposito, è nel cassetto delle mutande. Non ho ancora avuto bisogno di chiamare nessun sottosegretario per tenerlo lì.
Per ora.
Fine — e che Dio ce la mandi buona perché con certi meccanismi nemmeno la satira basta.