Di Mario Ricca
Ci sia concesso osservare, con il distacco clinico che meritano le grottesche pantomime della politica nostrana, questo ennesimo trionfo dell’ipocrisia progressista che pretende d’etichettare le coscienze come pacchi di prosciutto crudo.
I paladini dell’inclusione e del pluralismo, quelli che fino a ieri invocavano la libertà assoluta d’espressione purché allineata, hanno partorito il capolavoro burocratico perfetto: il patentino di antifascismo, timbro comunale che certifica l’idoneità democratica del cittadino, equiparato ai cibi confezionati, dove ogni etichetta garantisce assenza di contaminanti e conformità agli standard UE. Qui però il prodotto da bollare siamo noi, trattati come prosciutti da stagionare nell’ideologia corretta prima di poter circolare nella società civile.
Ricorda qualcosa? Certo che sì. Era lo stesso criterio igienico-sanitario del Green Pass, quel credito sociale ottenuto dopo il sacro buco nel braccio, foro visibile che attestava il diritto d’esistere negli spazi pubblici senza essere relegati a paria. Non contava il reale stato di salute, contava il timbro, la prova fisica di sottomissione al protocollo. Ora si replica con raffinatezza maggiore: per dimostrare d’essere antifascisti, non basta astenersi dal fare il saluto romano o dal marciare su Roma, serve l’autocertificazione firmata, il modulo timbrato che eleva da sospetto a certificato di purezza ideologica.
Come si ottiene il patentino? Aver partecipato a almeno tre fiaccolate del 25 aprile recitando il mantra costituzionale come un rosario laico, aver postato sui social la foto con il pugno chiuso davanti a un murale partigiano, o meglio ancora aver denunciato il vicino di casa per aver espressi dubbi sull’immigrazione incontrollata, prova regina di zelo antifascista. Per il rinnovo, simile al booster vaccinale, basterà un’ulteriore dose di indignazione certificata: partecipazione obbligatoria a un convegno ANPI, like compulsivi a post contro il sovranismo, o l’aver cancellato dalla libreria di casa autori non allineati, bruciandone simbolicamente una copia in piazza per dimostrare purezza.
Il bello è che questo meccanismo trasforma diritti costituzionali in privilegi concessi dal burocrate di turno. Vuoi parlare in piazza? Firma il modulo di fedeltà alla Repubblica antifascista. Vuoi affittare una sala comunale? Mostrami il bollino che attesta la tua immunità al virus nero. Puoi essere un liberale coerente che rispetta le regole ogni giorno nei fatti, ma senza il timbro diventi appestato ideologico. Al contrario, il più ipocrita dei voltagabbana ottiene la patente di virtù con uno scarabocchio, pronto a pontificare dalla sua ZTL protetta. È il credito sociale in salsa tricolore, dove l’antifascismo non si dimostra con i comportamenti, ma con la fedeltà al rituale burocratico, esattamente come il foro nel braccio dava diritto a respirare aria libera.
Alla fine la commedia raggiunge l’apice dell’assurdo: per fruire dei diritti previsti dalla Costituzione antifascista si ricorre a metodi squisitamente fascisti, tessere di conformità, timbri d’approvazione statale, esclusione del dissidente dal consesso civile. La sinistra che combatte il Ventennio rispolverando le tessere del pane in chiave moderna, con il PD e l’ANPI in prima fila a distribuire patentini come una volta si distribuivano tessere del partito.
Non è fantastico?