Di Mario Ricca
C’è un Paese che incapace di colmare il proprio vuoto culturale, preferisce inventarsi reati simbolici come il femminicidio, utili a esibire virtù davanti alla liturgia woke, mentre continua a tollerare nelle proprie istituzioni chi mette nero su bianco autentici reperti archeologici del peggior paternalismo patriarcale, (ovviamente a spese degli altri e senza patirne conseguenze: ndr). Il risultato è un capolavoro d’ipocrisia: si cambiano le etichette penali per inseguire il consenso, ma si lascia che la mediocrità continui a esercitare il potere.
La condanna della Corte europea non nasce dall’esistenza o meno del femminicidio, bensì dall’incapacità della giustizia italiana di garantire un procedimento tempestivo ed efficace e dalle motivazioni sessiste e stereotipate contenute in una richiesta di archiviazione. È servita Strasburgo per ricordare allo Stato italiano ciò che avrebbe dovuto sapere da solo.
Il paradosso è ancora più grottesco se s’osserva una destra che pur proclamandosi alternativa al progressismo, ne rincorre il lessico per non fare i conti con il proprio passato. Così, invece di difendere un diritto penale liberale e uguale per tutti, legittima categorie speciali e norme identitarie, offrendo alla cultura woke l’omaggio più servile, quello di chi combatte inginocchiandosi.
Una società civile non si misura dal numero delle fattispecie penali create per placare l’emotività collettiva, ma dalla qualità delle persone alle quali affida il monopolio della giustizia. Se occorre che sia l’Europa a ricordarlo all’Italia, il problema non è una lacuna normativa, ma una miseria culturale che nessuna legge speciale riuscirà mai a nascondere.