Di Mario Ricca
Al netto del garantismo d’obbligo e della mia profonda antipatia per Mario Adinolfi, moralista indigesto a un buongustaio dell’amoralità come me, trovo infame l’atteggiamento di chi corre dalle autorità a reclamare quanto ha perso. Sono avido e ritengo legittimo il desiderio di guadagnare, nulla di scandaloso se si mettono in atto azioni non convenzionali per il profitto. Tuttavia bisogna mettere in conto che le cose possono andare male.
Quando vengono proposti guadagni anomali, in caso d’assenso, s’accetta l’anomalia e d’esporsi al rischio di questa per poi pagarne le conseguenze senza frignare se le cose non vanno come prospettato. Questa storia ricorda quando le banche propongono investimenti ad alto rischio con rendimenti fuori mercato. Chi le sottoscrive incassa se va bene e se va male invoca il Leviatano.
Che dire dello stato di bisogno di queste persone truffate? Usano la condizione di vulnerabili (l’invalida con 800 euro al mese, i risparmi buttati) per giustificarsi. Se invece le cose vanno come promesso, incassano i denari senza batter ciglio, gongolando per i rendimenti del 40%. Ora piangono. Stucchevole questo vittimismo.
Ovviamente lo stesso discorso vale per l’indagato. Non condanno l’operato: se si gioca con il fuoco delle scommesse collettive e si promette l’impossibile, si sa che si può perdere. Se verrà riconosciuto colpevole pagherà perché le perdite bisogna sempre metterle in conto. Chi entra in questi giri sa di danzare sul filo. Chi ci entra e poi frigna quando il filo si spezza merita solo disprezzo.
Non è la truffa il problema, è la dabbenaggine di chi ci casca pretendendo poi che lo Stato, il padre eterno, gli asciughi le lacrime.