Di Mario Ricca
Mentre l’Italia prova a stringere i cordoni della borsa, arriva la Corte Ue a bacchettarci: limitare il reddito di cittadinanza a chi risiede da almeno dieci anni è discriminatorio. Peccato che quel sussidio, ribattezzato con involontaria onestà ‘reddito di parassitanza’ dai suoi stessi risultati, sia costato quasi trenta miliardi dal 2019 in poi, con voragini da un miliardo e sette solo per truffe certificate dalla Corte dei Conti. Una persona su due dichiarava il falso, secondo i controlli Inps. Numeri da accattonaggio di Stato, non da politica sociale.
È bene per quelli di corta memoria, ricordare chi ha partorito questo abominio di cui chissà per quanti anni ancora pagheremo i costi. Nato come apriscatole per sventrare il Parlamento come una scatola di tonno, il marchingegno ha fatto il suo dovere solo nella prima fase. Una volta assaporato il profumo della stanza dei bottoni, l’apriscatole si è magicamente trasformato in saldatrice: sigilla poltrone, blindature di consenso e clientele eterne. Le intenzioni rivoluzionarie si sono liquefatte in una colata di sussidi senza obblighi veri di lavoro, con tassi di reinserimento occupazionale ridicoli e un esercito di percettori che preferiva il divano alle offerte rifiutate. Un fallimento annunciato: disincentiva il lavoro, gonfia la spesa pubblica e trasforma la povertà in professione.
Oggi si celebra la Festa dell’Europa, anniversario della Dichiarazione Schuman del 1950 che doveva portare pace e unità. Che ironia velenosa: proprio mentre brindano a quel sogno, i burocrati di Bruxelles multano l’Italia perché osa restringere la platea dei beneficiari di questa forma aggiornata d’assistenzialismo. L’Europa che oggi festeggia con bandiere e inni e che chi scrive auspica quanto prima venga solo commemorata.