Di Mario Ricca
Finalmente ha tolto il disturbo Camillo Ruini, cardinale che trascorse decenni a difendere il dogma dell’agonia come dovere. I molisani, aggrappati alla loro regione che rifiuta d’accettare la propria irrilevanza, ricordano commossi il giorno in cui passò da quelle terre dopo il terremoto di San Giuliano. Un’occasione colta al volo durante un viaggio già programmato per altre celebrazioni ecclesiastiche: la sinergia casuale d’un itinerario trasformata in gesto di profonda vicinanza. Quanta nobiltà posticcia, quanta retorica costruita sul niente.
Questi devoti sempliciotti trasformano una sosta di circostanza in atto di grandezza pastorale come se la benedizione di un prelato potesse davvero consolare macerie e lutti. La Chiesa continua ad offrire illusioni consolatorie a chi ha bisogno di credere che un cielo vuoto si occupi delle loro vite. Ridicolo il modo in cui celebrano il passaggio di un uomo di potere che nella sostanza rappresentò solo l’istituzione che da sempre impone la propria autorità sulle scelte altrui.
Qui sta il motivo per cui l’ho detestato da vivo e per cui ho la medesima considerazione della macchina millenaria della Chiesa romana. Quest’integralista si permise di sostenere che la vita non appartiene all’individuo, ma a un’entità superiore. La stessa identica arroganza di chi pretende che i frutti del lavoro non appartengano a chi li produce, ma alla collettività. Entrambi negano la sovranità della persona singola: il corpo, l’esistenza, la fine.
A Welby e Englaro, inchiodati in corpi che imploravano liberazione, Ruini rispose con divieti e condanne morali. Nessuna pietà per chi sceglie di chiudere una sofferenza senza senso, solo l’imposizione di una proprietà altrui sulla propria carne. La stessa mentalità che trasforma gli esseri umani in proprietà di dio o dello Stato, mai padroni di sé stessi.
Lo ricordo per la sua strenua difesa dell’inferno terreno imposto in nome di un dio silenzioso.
La Chiesa perde un altro guardiano dell’obbedienza dolorosa.
Il resto è solo polvere di tonache e parole vuote.