Di Mario Ricca
Le parole del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo sono la sintesi di quanto si scrive in tema su queste pagine dal duemiladieci perché quando il magistrato più alto in grado impiegato dallo stato contro la Mafia riferisce di interessi mafiosi che “invadono” territori apparentemente tranquilli, non sta descrivendo il folklore criminale da fiction televisiva, ma sta parlando di qualcosa di infinitamente più sofisticato, elegante e soprattutto rispettabile.
(Finalmente la cittadinanza moli e verginalmente parlando non più sana può dormire sonni ‘tranquilli’: NDR).
La criminalità rumorosa è quasi rassicurante nella sua brutalità; l’estorsione, l’incendio, l’omicidio, il pizzo, roba rozza, primitiva, facilmente identificabile. Fa rumore, crea allarme sociale, produce titoli di giornale, genera ridicole fiaccolate, indignazione da salotto e passerelle istituzionali con le facce contratte di chi promette “tolleranza zero”; è la parte teatrale del problema, la febbre alta che almeno segnala che il corpo è malato.
La vera metastasi invece è un’altra, silenziosa, profumata, in giacca e cravatta, con il badge al collo, il curriculum impeccabile, il convegno sulla legalità e il sorriso istituzionale stampato in faccia come una carta da parati. Non intimidisce con la pistola, lo fa con relazioni e connivenze tra istituzioni; non minaccia, esclude; non sporca le mani, firma. È quella criminalità che non ha bisogno d’abbattere le porte perché trova già chi ‘sceglie’ d’aprirle. Funziona attraverso meccanismi quasi invisibili: consulenze distribuite come ostie, incarichi affidati sempre agli stessi nomi che casualmente provengono comunque dai medesimi ambienti, da eguali circuiti, dalle filiere relazionali che non cambiano. Gare cucite addosso con precisione sartoriale, controllori nominati dai controllati, favori trasformati in sistema operativo, carriere costruite non sul merito, ma sulla fedeltà. Un mercato parallelo dove la moneta non è il denaro contante, ma la riconoscenza reciproca.
E’ proprio questo il punto che rende il fenomeno quasi impossibile da estirpare. I soldi si tracciano, i bonifici si seguono, le estorsioni provocano vittime, gli omicidi lasciano cadaveri; ma come s’intercetta un favore, si sequestra una raccomandazione, si prova un avanzamento di carriera costruito sulla mutua protezione? Come si dimostra il metodo mafioso quando tutto avviene dentro procedure formalmente impeccabili? Come si dimostra che dietro protocolli sottoscritti e convenzioni stipulate tra istituzioni c’è quella complicità ricattatoria che impone al cane di non mangiare il cane?
La criminalità rumorosa usa la paura, quella silenziosa la dipendenza; la prima crea vittime, la seconda complici. Infatti il sistema più efficace non è quello che impone il silenzio con la violenza, ma convincere le persone che parlare sia inutile o peggio, sconveniente perché in certi ambienti il problema non è capire come funziona il meccanismo, (quello lo comprendono tutti), ma sopravvivere senza piegarsi ad esso. Chi s’adegua galleggia, chi non lo fa scopre improvvisamente d’essere invisibile, fuori, appartenente a liste non scritte che ufficialmente non esistono, ma che tutti conoscono. Il paradosso è che spesso tutto questo avviene dentro strutture che formalmente rappresentano cultura, progresso, formazione, legalità, controllo, trasparenza, amministrazione, parole meravigliose, lucidissime; talmente consapevoli da riflettere perfettamente il marcio senza mai sporcarsi.
E’ qui che il Molise rischia di diventare il laboratorio ideale della criminalità moderna, non quella folkloristica dei kalashnikov e delle lupare, bensì quella manageriale che prospera nella provincia sonnacchiosa, nei territori piccoli, nei sistemi chiusi dove tutti conoscono tutti e nessuno vede niente; dove il favore personale sostituisce il diritto e l’appartenenza geografica conta più della competenza perché alla fine, il vero potere non è controllare il territorio con la violenza, ma convincerlo che il sistema sia inevitabile.
La criminalità rumorosa è un raffreddore, fastidioso, pericoloso, ma curabile se davvero si volesse guarirne. Quella silenziosa invece è un tumore metastatico, penetra quasi senza sintomi apprezzabili nelle istituzioni, nei meccanismi decisionali, nelle filiere economiche, nei rapporti professionali, nelle stanze dove ufficialmente tutto è perfettamente legale. Quando un territorio arriva a quel punto, non è più un malato, ma è allo stadio terminale e con i malati terminali, brutalmente parlando, non esistono cure miracolose, ma solo il momento in cui diventa necessario decidere se continuare a fingere o staccare definitivamente la spina.