Di Gianluca Bucci
Il COSAP esprime il più profondo e totale dissenso rispetto al sedicente progetto pilota di ‘lingua e cultura araba’ rivolto agli operatori delle Forze di Polizia, presentato a Livorno da alcune sigle sindacali e realtà locali.
Per COSAP non si tratta di un’innocua iniziativa formativa, bensì di un vero e proprio atto di sottomissione ideologica che ribalta i doveri d’accoglienza, svilisce la dignità istituzionale di chi indossa una divisa e certifica la totale resa delle politiche pubbliche d’integrazione.
Ci troviamo quindi dinnanzi a un paradosso intollerabile che cancella, nei fatti, le regole basilari dello Stato di diritto: un capovolgimento di prospettiva aberrante che individua nell’adattamento linguistico dei poliziotti la risposta al bisogno d’inclusione. I cittadini extracomunitari che scelgono di stabilirsi nel nostro Paese hanno l’obbligo tassativo, oltre alla responsabilità personale e morale, d’apprendere la lingua italiana e d’impegnarsi proficuamente e attivamente per rispettare e migliorare la nazione che li ospita.
L’integrazione è un dovere unilaterale di chi viene accolto, non un onere a carico di chi accoglie.
Le richieste dei colleghi non hanno bisogno di traduzione.
Non è accettabile pretendere che siano i servitori dello Stato ad adeguarsi linguisticamente agli stranieri: significa legittimare l’anarchia culturale, arrendersi al caos e scaricare sulle spalle dei poliziotti il fallimento di vecchie politiche migratorie fuori controllo.
Il COSAP contesta radicalmente il principio che si rischia di affermare nel momento in cui un’iniziativa rivolta a chi esercita le funzioni di pubblica sicurezza viene contrabbandata come un pretestuoso strumento di ‘interscambio culturale’.
La lingua della relazione con lo Stato non può e non deve diventare una variabile fluttuante, asservita ai flussi migratori o alla composizione etnica dei quartieri. Seguendo questa logica perversa, non sarebbe affatto ultroneo – ma anzi grottescamente coerente – pretendere che i poliziotti di Prato apprendano il cinese, vista l’enorme comunità residente in quella provincia, o imporre ai poliziotti brindisini di imparare l’albanese.
Siamo alla follia pura!
Una società plurale, per non implodere nel caos, ha il disperato bisogno di strumenti comuni di partecipazione e la lingua italiana rappresenta il primo, fondamentale e insostituibile pilastro.
Lo Stato italiano offre già agli immigrati regolari tutti gli strumenti necessari per potersi integrare: dalla scuola all’assistenza sanitaria, passando per welfare e inserimento lavorativo.
Si tratta di enormi opportunità d’inclusione a cui però deve corrispondere la ferrea e unilaterale volontà di far parte della nostra comunità nazionale, rispettandone le leggi e adempiendo ai doveri al pari di ogni cittadino.
L’integrazione non è un negoziato al ribasso: essa presuppone l’imprescindibile assimilazione della cultura civica del Paese ospitante e l’adesione incondizionata ai suoi valori costituzionali. Non il contrario!
Rispettare le culture di provenienza e pretendere lo studio tassativo dell’italiano sono impegni pienamente compatibili, ma una politica seria ha il dovere di governarli entrambi, anziché permettere che il fallimento dei percorsi d’integrazione venga scaricato ancora una volta sulle spalle degli operatori di Polizia, costretti a gestirne quotidianamente le pesanti conseguenze sul territorio.
La formazione della Polizia di Stato è una prerogativa istituzionale che merita garanzie blindate: non può e non deve essere ridotta a un “outlet” per sperimentazioni ideologiche autogestite da enti locali o da sigle sindacali in cerca di visibilità mediatica.
Per i motivi sopra enunciati, la Segreteria Nazionale COSAP chiama in causa direttamente il Governo, il Ministero dell’Interno e il Dipartimento della Pubblica Sicurezza, esigendo un intervento politico immediato e risolutivo e chiede pertanto all’Esecutivo di riaffermare con fermezza la centralità della legge e della lingua italiana, stroncando sul nascere derive demagogiche che offendono e mortificano la professionalità dei poliziotti.
La lingua comune è l’unico strumento che rende i diritti comprensibili e i doveri riconoscibili ed esigibili: questa è la sola direzione che la politica ha l’obbligo di indicare e sostenere.
Ai poliziotti italiani non si può e non si deve chiedere di supplire all’assenza di una scelta di civiltà e di sovranità così fondamentale.