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DALLA PESTE AL CORONAVIRUS: LE PANDEMIE E LA CULTURA

Di Veronica Tanno

Didattica a distanza attiva e partecipata: IIS Pertini Montini Cuoco come modello per rendere gli studenti protagonisti indiscussi del loro apprendimento.

In questa fase di isolamento forzato, incertezza e preoccupazione, l’Istituto Pertini Montini Cuoco si ingegna per continuare a fare scuola accendendo una luce nella spesso fredda didattica a distanza. I docenti dell’Istituto Cuoco, ognuno per la propria materia, stanno predisponendo una serie di appuntamenti virtuali volti a far riflettere sul tema coronavirus, a far trovare accostamenti e non con altre pandemie, che hanno infierito nei secoli passati, e a far trovare un filo conduttore tra le epidemie e i vari settori della cultura.

“”DALLA PESTE AL CORONAVIRUS: LE PANDEMIE E LA CULTURA” è il titolo scelto per il progetto che da continuità alle attività poste in essere dalla Web Radio TV Cuoco (ri)programmando riflessioni per la rubrica “Parliamone al Cuoco”. E sono i ragazzi dell’istituto che attraverso i loro spunti, pensieri e approfondimenti, in poche parole, attraverso la loro reazione creativa a quanto appreso, danno vita a prodotti come questo: La grande pestilenza manzoniana, di Cristina Roman | Classe quarta B | Istituto Professionale di Stato “Vincenzo Cuoco”. La Storia, secondo Giambattista Vico, è un ciclo di “corsi e ricorsi”. In questo senso, le età degli dei, degli eroi e degli uomini si susseguono ciclicamente, in un percorso in cui allo sviluppo razionale dell’ultima età subentrano, per degenerazione, germi di corruzione e crisi che fanno crollare le istituzioni sociopolitiche, fino alla tirannide e all’anarchia. Vico, che semplifica questo modello della storia universale sull’ascesa e sul declino di Roma, paragona le malattie del sistema sociale a quelle che colpiscono l’individuo. L’attuale epidemia riporta alla memoria eventi del passato descritti in maniera anche ampia e diffusa da storici ed intellettuali. Le vicende presentano una certa ciclicità, descritta da Gianbattista Vico e, quindi, presentano analogie evidenti.

In questo articolo si vuole fare un parallelo con quella che è stata la grande pestilenza manzoniana del milleseicento. Tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo sentito parlare di Alessandro Manzoni con la sua eccellente opera “I promessi sposi”: è da qui che si evince come la storia si ripeta anche ai giorni nostri. Ne “I promessi sposi” (capitolo XXXI): […] Sia come si sia, entrò questo fante sventurato e portator di sventura, con un gran fagotto di vesti comprate o rubate a soldati alemanni; andò a fermarsi in una casa di suoi parenti, nel borgo di porta orientale, vicino ai cappuccini; appena arrivato, s’ammalò; fu portato allo spedale; dove un bubbone che gli si scoprì sotto un’ascella, mise chi lo curava in sospetto di ciò ch’era infatti; il quarto giorno morì. Il tribunale della sanità fece segregare e sequestrare in casa la di lui famiglia; i suoi vestiti e il letto in cui era stato allo spedale, furono bruciati. Due serventi che l’avevano avuto in cura, e un buon frate che l’aveva assistito, caddero anch’essi ammalati in pochi giorni, tutt’e tre di peste. Il dubbio che in quel luogo s’era avuto, fin da principio, della natura del male, e le cautele usate in conseguenza, fecero sì che il contagio non vi si propagasse di più. Ma il soldato ne aveva lasciato di fuori un seminìo che non tardò a germogliare. Il primo a cui s’attaccò, fu il padrone della casa dove quello aveva alloggiato, un Carlo Colonna sonator di liuto. Allora tutti i pigionali di quella casa furono, d’ordine della Sanità, condotti al lazzeretto, dove la più parte s’ammalarono; alcuni morirono, dopo poco tempo, di manifesto contagio.” […]

Focalizzandoci sul capitolo XXXI, ci rendiamo conto come l’autore sia interessato allo studio dei comportamenti umani e metta in luce le reazioni degli uomini, che si trovarono coinvolti in quelle vicende. Tuttavia, ciò che più colpisce il lettore è la stupida e micidiale fiducia, da parte di tutti, che non ci fosse la peste: alcuni s’interessano solo dell’andamento della pestilenza, gli organi di governo adottano gli avvertimenti del tribunale della sanità quando ormai i rimedi sono inutili; i medici non credono al contagio, tranne poche eccezioni: quando, infine, non possono più negare l’esistenza del morbo, ricorrono ad una trufferia di parole; il popolo non vuole ammettere la presenza della malattia; si rifiuta di denunciare gli ammalati e, pur di evitare il lazzaretto, corrompe becchini e i loro soprintendenti, oltre ai subalterni del tribunale.
[…] Il tribunale della sanità chiedeva, implorava cooperazione, ma otteneva poco o niente. E nel tribunale stesso, la premura era ben lontana da uguagliare l’urgenza: erano, come afferma più volte il Tadino, e come appare ancor meglio da tutto il contesto della sua relazione, i due fisici che, persuasi della gravità e dell’imminenza del pericolo, stimolavano quel corpo, il quale aveva poi a stimolare gli altri. Abbiam già veduto come, al primo annunzio della peste, andasse freddo nell’operare, anzi nell’informarsi: ecco ora un altro fatto di lentezza non men portentosa, se però non era forzata, per ostacoli frapposti da magistrati superiori. Quella grida per le bullette, risoluta il 30 d’ottobre, non fu stesa che il dì 23 del mese seguente, non fu pubblicata che il 29. La peste era già entrata in Milano. […] Tutte queste azioni appena elencate costituiscono il prototipo della coscienza collettiva, un’inclinazione a disobbedire, a non rispettare le regole e a credere che vengano sempre imposte a discapito di qualcuno.

Come non pensare all’attualità. Numerose sono le restrizioni non rispettate da molti, convinti che tutto passerà senza alcuna conseguenza, non curanti dei numeri decessi e contagi che ogni giorno suonano come bombe. I tentativi di fuga dalle zone protette, il rifiuto di isolamento e la conseguente esigenza, per lo più giovanile, di aggregazione, la presunzione d’invulnerabilità, costituiscono molto probabilmente un archetipo della coscienza collettiva, un’inclinazione atavica a disobbedire, a non rispettare le regole e a credere che vengano sempre imposte a discapito di qualcuno. […] Nel lazzeretto, dove la popolazione, quantunque decimata ogni giorno, andava ogni giorno crescendo, era un’altra ardua impresa quella d’assicurare il servizio e la subordinazione, di conservar le separazioni prescritte, di mantenervi in somma o, per dir meglio, di stabilirvi il governo ordinato dal tribunale della sanità: chè, fin da’ primi momenti, c’era stata ogni cosa in confusione, per la sfrenatezza di molti rinchiusi, per la trascuratezza e per la connivenza de’ serventi [ …] Ecco di nuovo un’eco della situazione che stiamo vivendo. A distanza di quasi quattrocento anni, il problema più discusso o – più correttamente – il peggiore dei timori è quello del collasso del sistema sanitario nazionale: l’eventuale mancanza di strumenti per la respirazione assistita, sembra rappresentare il focus della prevenzione. Qualcuno ha pure ironizzato sulla differenza tra la prontezza delle autorità cinesi, che hanno fatto costruire ospedali d’emergenza in due settimane, e quelle italiane, che hanno ripiegato sulle tende per il pre-triage all’esterno dei pronto soccorso. Forse, l’ironia è un po’ macabra, ma dà spunti di riflessione.

L’accostamento tra la peste e il Coronavirus non costituisce affatto un paragone scientifico, né mira a espandere una sorta di paura collettiva. Diversamente, serve a riflettere. Qui, naturalmente, ci limitiamo a degli spunti, ma vogliamo ricordare solamente che la storia è tutta un susseguirsi di avvenimenti, catastrofi, pestilenze, rivoluzioni. Questa che stiamo vivendo sembra proprio l’era in cui ci dovrebbe essere un radicale e drastico cambiamento, sia a livello ambientale sia a livello economico-politico-popolare, una sorta di “boccata d’aria” per il nostro Pianeta.

Speriamo che tutto finisca come nelle fiabe e che l’umanità possa uscirne cambiata, ma in meglio.

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